Mappa ovvero il testo secondo l'autore

Difficilmente un autore resiste alla tentazione di parlare del proprio testo. Dal titolo al sommario, dall'introduzione alla quarta di copertina, è irrefrenabile l'ansia di spiegare, di fornire coordinate interpretative, di riassumere i punti fondamentali. Come se si potesse esser chiari in poche righe se non lo si è stati in molte. Ma in realtà quest'ansia è una variante dello stesso vizio che impedisce ad un programmatore di terminare il programma, o a un pittore di dare l'ultima pennellata allopera, o a un genitore di lasciar partire il figlio per la prima settimana bianca. L'opera, una volta finita, sfugge per sempre al suo autore.

Credo che un uso buono o cattivo della tecnologia digitale (come di ogni tecnologia) dipenda dalla comprensione profonda delle sue caratteristiche. Il rischio di fare di un vocabolario un costoso fermaporta c'è: almeno in Italia, è diffusa la tendenza a usare - e a discutere - le tecnologie digitali a prescindere da un conoscenza approfondita di esse. Una tecnologia nuova porta con sé un modello d'uso, che potrà essere modificato e adattato, ma deve essere prima di tutto capito.
E questo modello non coincide necessariamente con l'idea originaria. Non basta un'analisi interpretativa dei testi in cui per prima l'idea veniva enunciata per una sua piena comprensione.
Qui c'è una difficoltà psicologica. E' difficile accettare l'idea che un concetto nuovo possa avere in sé delle potenzialità d'uso diverse da quelle che coscientemente gli assegna il suo creatore.

Sembra cioè che cercare un significato autonomo (che vada cioè oltre quello che nedicono i suoi inventori) nel concetto di “digitale” porti dritti in braccio ad un platonismo ingenuo: quello che assegna alle scoperte un valore universale ed eterno (“la legge di gravità era già lì prima che Newton la scoprisse”).

Fare e capire il digitale - Copyright 2001 Stefano Penge

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